Il P.E.I.A.D. si realizza nell’ambito di diverse Dimensioni, che tengono conto della globalità e della complessità della persona affetta da autismo o disabilità, e della possibilità di intervento in tutte le aree dello sviluppo, considerate in un’ottica sistemica come collegate a tutte le figure e i contesti di riferimento.
Le Dimensioni del P.E.I.A.D. sono:
L’Armonizzazione Sistemica
L’Evoluzione del Comportamento
Lo Sviluppo Dinamico Corporeo
La Comunicazione Progressiva
Il basket agisce sulla "armonizzazione sistemica" in quanto, essendo obiettivo principale di questa dimensione l'armonizzazione di tutti i sistemi di vita in cui è inserito il bambino, offre un ulteriore contesto nel quale il bambino è inserito: una palestra che è anche "palestra di vita", nel quale il bambino può apprendere nuove competenze dal punto di vista cognitivo, affettivo e relazionale e nel quale può divertirsi.
Inoltre, trasmettendo al bambino una serie di nuove competenze che gli permettano di essere autonomo nella gestione dei suoi spazi nella vita quotidiana, il basket agisce anche sulla dimensione educativa dell' "evoluzione del comportamento". Il contesto altamente strutturato e la sequenza degli esercizi proposti stimola da una parte l'acquisizione di nuovi comportamenti funzionali alla crescita, dall'altra la riduzione dei comportamenti ritenuti non funzionali. È infatti possibile osservare la comparsa di capacità di coordinazione e di utilizzo del proprio corpo inaspettate e anche la graduale scomparsa delle stereotipie tipiche dei bambini autistici. L'acquisizione dei nuovi comportamenti viene favorita tramite la scomposizione del comportamento. Ad esempio il comportamento desiderato del tiro della palla viene scomposto in diverse fasi che diventano a loro volta obiettivi specifici: la manipolazione della palla, la ricezione della palla, il passaggio e il tiro ecc.
Così come indicato nel P.E.I.A.D., anche nel basket vengono quindi dapprima individuati i bisogni e le esigenze del bambino e i comportamenti su cui è necessario poi intervenire, in modo da insegnare al bambino condotte più funzionali che sostituiscano quelle disadattive; in seguito, mediante l'intervento programmato, viene attivata l'acquisizione del nuovo comportamento, ponendo attenzione affinché il nuovo comportamento sia "armonizzato" rispetto alle attitudini del bambino e affinché possa "fondersi" con le sue stesse caratteristiche e essere nuovo strumento a sua disposizione. Ad esempio uno degli obiettivi non è solamente che il bambino impari a "fare canestro", ma che acquisisca nuove competenze fisiche che possa utilizzare nella vita quotidiana; oppure non interessa che il bambino impari a relazionarsi solamente con l'operatore, ma che, grazie all'esperienza di relazione salda con il proprio operatore, possa migliorare in generale le sue competenze relazionali, ecc.
Risulta evidente che il basket agisce particolarmente sulla dimensione dello "Sviluppo Dinamico Corporeo" costituendo una naturale occasione per valorizzare le capacità fisiche che molto spesso vengono messe in secondo piano rispetto ai disagi psicologici (Coste, 1989, 47-50). Un passo rilevante dell'approccio relazionale nell'attività sportiva con i bambini autistici è rappresentato dal contatto corporeo diretto. I primi contatti dovrebbero essere leggeri ma decisi, non violenti o bruschi, ma neppure esitanti: è importante che attraverso il contatto non si trasmetti aggressività, la quale spesso, indurrebbe i bambini ad una chiusura difensiva o ad una reazione negativa (Salvitti, 2001, 18). Attraverso il basket, il bambino autistico ha la possibilità di migliorare la coordinazione, la resistenza, la forza e la velocità; impara inoltre a superare la fatica, che è uno dei primi ostacoli per la riabilitazione fisica (Calamai, 2000, 30-34). Il basket è fondamentale per migliorare anche il tono dei gruppi muscolari, per riprendere coscienza del proprio corpo e per riorganizzare gli schemi motori, migliorando la coordinazione e l'equilibrio; agisce per un migliore "schema corporeo" e guida il bambino verso la capacità di "mentalizzare" le proprie azioni. Questi aspetti permettono quindi, una positiva attuazione di sé ed una effettiva socializzazione in quanto "il riconoscimento del proprio corpo e la strutturazione fra corpo e spazio sono capacità per mezzo delle quali il bambino autistico sarà in grado poi, non solo di controllare le variazioni di movimento, ma anche di rendere possibile la presa di coscienza globale di un insieme organizzato e dei rapporti che collegano lo spazio cinestetico con lo spazio oggettuale" (Muzio, 1999, 11-22). Il basket quindi, da attività ludica primaria diventa vero e proprio mezzo di conoscenza, di apprendimento, di esplorazione dello spazio in relazione al proprio corpo, di consapevolezza delle proprie azioni e reazioni. Sotto questo profilo l'attività motoria diventa lo strumento indispensabile per inquadrare la personalità del bambino autistico, per individuare le componenti psicologiche e caratteriali, per favorire le attività espressive e stimolare la spinta creativa.
Rispetto alla Comunicazione progressiva: il basket favorisce l'utilizzo del proprio corpo come fondamentale strumento di esplorazione e di comunicazione con l'ambiente (Zeppetella, 2003, 126). Inoltre, nel caso la comunicazione verbale sia notevolmente deprivata il basket favorisce la creazione di canali comunicativi alternativi proprio attraverso il corpo.
Il momento ludico e motorio assume in tal modo un ruolo determinante nella vita del bambino e del ragazzo autistico, l'attività psicomotoria si intreccia con altre forme di educazione scolastica per condurre a unità il processo educativo del corpo e dello spirito nello stesso tempo. Alla luce di queste teorie il basket non è solo esercizio muscolare, non impegna solo l'apparato locomotore, ma agisce spesso sulla personalità del bambino, implicando la consapevolezza e l'accettazione della realtà corporea propria e dell'altro. Il fine preminente dell'attività sportiva, come il basket è dunque, quella di educare l'Io del bambino autistico attraverso l'atto motorio (Zeppetella, 2003, 134).


